Giudice guardiano.


Esiste il rischio di un eccesso di ricorso alla prova scientifica, rispetto alle prove tradizionali?

Vi sono autori fermamente convinti che il ricorso alla prova scientifica nella ricostruzione conoscitiva dei fatti in termini di prevalenza ed esclusività rispetto alle prove tradizionali quale elemento decisionale del processo potrebbe farne sfuggire altri dal vaglio critico del giudice demandando di fatto al consulente tecnico il verdetto finale.

Ma è pur vero che non si dovrebbe mai perdere di vista la distinzione tra accertamento scientifico ed accertamento giuridico.

L’ambito della prova scientifica coincide solo parzialmente con quello della consulenza tecnica ed entrambi comunque confluiranno nell’alveo del libero convincimento del giudice.

Si è detto altresì che il massiccio ricorso alla consulenza per acquisire la prova scientifica, potrebbe influire in modo cruciale sull’indirizzamento del processo e conseguentemente sull’esercizio stesso della funzione giurisdizionale facendo dipendere le scelte endoprocedurali da soggetti diversi dal giudice, il quale non riesce ovviamente a stare al passo della scienza come vi sta il perito nel suo campo specifico ed accetta di buon grado se il consulente riuscisse altresì ad alleggerirgli l’onere della motivazione.

E’ pur vero che i sempre più avanzati metodi scientifici, le veloci rivoluzionarie ricerche fanno sì che il giudice possa affidarsi maggiormente alle opinioni degli scienziati ma senza tralasciare l’importanza del suo prudente apprezzamento sia riguardo il potere di decidere a chi riconoscere la qualifica di scienziato sia riguardo la validità della scienza prodotta in giudizio, operando quale sorta di guardiano, sulla falsariga del “gatekeeper” d’origine americana.

Non a caso la giurisprudenza statunitense ha tentato di risolvere il rischio della passiva ed incondizionata accettazione dei risultati scientifici individuando precisi limiti all’ingresso dei medesimi nel processo, richiamando i giudici ad attenersi alle sole conoscenze generalmente accettate dalla comunità scientifica di riferimento, “general acceptance test”, secondo i criteri della controllabilità e falsificabilità della teoria scientifica o del metodo scientifico così di fatto scongiurando il rischio di una passiva ed incondizionata accettazione dei risultati ottenuti. Insomma, una soglia minima al di sotto della quale nessun giudice dovrebbe mai andare nell’ammettere un’evidenza scientifica evitando di fondare la decisione su conoscenze prive di alcuna credibilità.  

Hard sciences e soft sciences.


Nell’ambito delle discipline scientifiche esiste(va) una vera e propria gerarchia. Le stesse, infatti, vengono tutt’oggi comunemente distinte in scienze dure (HARD) e scienze morbide (SOFT) a seconda del rigore metodologico, nonché dell’esattezza ed obiettività dei dati e risultati che le implicano e caratterizzano. Le c.d. scienze soft non si occupano direttamente di tangibile avendo ad oggetto perlopiù lo studio di comportamenti, interazioni, sentimenti umani/animali, reazioni fisiologiche, (…) e per loro natura non ingenerano previsioni accurate ed affidabili, agendo esse su individui eterogenei e su campi multifattoriali. Si pensi alla psicologia ed alla medicina. Quest’ultima si concentra sulla causalità richiedendo la verifica e l’applicazione dell’evidenza su organismi complessi e la maggior parte degli effetti biologici non ha solo una causa sicché per giungere ad un certo risultato dovrebbero essere presenti e mantenuti invariabili altri fattori necessari. Per questo è stato sostenuto che la differenza rispetto a quelle dure è che le scienze morbide traggono conclusioni sulle singole persone mentre le prime usano metodi matematici e scientifici per dimostrare e confutare le teorie sull’universo e sul mondo e su come funziona

Ma molti studiosi ed esperti non sono d’accordo su questa distinzione (che seppur sussistente risulta essere molto meno usata che in passato) in quanto anche una scienza dura (biologia, matematica, fisica, astronomia, geologia, meteorologia, chimica) potrebbe non ricevere necessariamente un maggior grado di consenso in merito ad un certo dato, risultato o fenomeno scientifico, inoltre vi sono scienze soft che si avvalgono a loro volta di modelli matematici, dati e risultati specifici delle scienze dure per la dimostrazione di un fenomeno. Inoltre, il rischio che ne potrebbe conseguire è quello di considerare meno legittimi i campi delle soft sciences rispetto a quelli delle hard sciences, ovvero, meno scientifici, più ovvi ed insignificanti e si finirebbe per ritenere le scienze morbide “pseudoscienze”, che tali però non sono, liquidabili come di second’ordine.

Peraltro, va detto che una buona scienza è empirica e deve sempre poter dedurre dall’osservazione con la consapevolezza di chi osserva del limite oggettivo di una visione che lascia sempre spazio a modifiche.

Esempi di scienze soft sono la psicologia, medicina, sociologia, filosofia, scienze politiche, economia, antropologia…

Riguardo questa distinzione non sono d’accordo ad es. gli psicologi. Sebbene l’esperto psicologo parta da criteri generali di valutazione il suo compito è quello di giungere ad un’interpretazione di alcuni tratti psicologici della persona esaminata attraverso la conoscenza idiografica del soggetto. Anch’egli dunque dà il suo contributo seguendo un metodo scientifico che consenta il passaggio dal concetto alla sua osservazione sperimentale. Per farla breve, non si può misurare la psiche ma la si può definire a partire da un costrutto teorico osservandola indirettamente nelle sue manifestazioni fisiologiche e comportamentali. Si può sperimentare giornalmente l’esistenza di una realtà creata da un soggetto umano prodotta dai suoi comportamenti e pensieri.

In ambito processuale non vi è dubbio che Hard sciences e Soft sciences convergono sempre di più anche se in alcuni campi scientifici la competenza dell’esperto richiesta per giungere alla formulazione di un suo giudizio può essere acquisita solo attraverso l’applicazione dell’evidenza disponibile in un dato contesto reale rilevante (una regola generale potrebbe non valere per un’ipotesi specifica) e le diverse teorie da cui partire e cui giungere dipendere da studi controllati randomizzati od osservazionali, oltre che dall’applicazione delle conoscenze generali già acquisite, che potrebbero di volta in volta essere messe in discussione.

Compito di chi investiga infatti è verificare ipotesi per poterle stabilire come teorie, vale a dire convalidarle per una spiegazione affidabile coerente e non arbitraria, oppure per poterle falsificare e scartare a seconda dei risultati sperimentali ottenuti, vale a dire impiegando un metodo scientifico al caso di specie per ridurre al minimo bias ed avvicinarsi il più possibile ad un elevato grado di certezza.

         Conclusivamente, mantenere questa distinzione od eliminarla del tutto, ovvero far rimanere nella torbida area grigia tra scienza dura e scienza soft alcune delle discipline umanistico-scientifiche non cambia molto la sostanza. Ciò che conta è che chi indaga abbia la capacità di rendere il suo contributo mediante la sua competenza prima di giungere a formulare un’imputazione e l’esperto, oltre alla sua competenza, mediante il metodo scientifico impiegato e la coerenza logica delle sue conclusioni.

(Avv. Nadia Gentili)

La prova scientifica e la verifica di accettazione generale.


Non è affatto superfluo, anzi è doveroso precisare che non basta avvalersi della scienza in ambito processuale per poter ritenere utilizzabile una prova scientifica ai fini della decisione, ma è necessario verificare altresì che di essa e del metodo scientifico non si sia fatto un cattivo uso. Ciò al fine di evitare che una conoscenza, benché veritiera, possa tradursi in un risultato inattendibile e dunque inutilizzabile ai fini processuali. Del resto anche la migliore delle scienze, se applicata scorrettamente e senza il rispetto degli standard di controllo può condurre a falsi o inesatti esiti.

Peraltro, la scienza avanza incessantemente, fa continui progressi, introduce nuove procedure scientifiche e pratiche rivoluzionarie che possono mettere in discussione quanto stabilito ed accettato in precedenza, che potrebbe rivelarsi in un secondo tempo inadeguato, sia scientificamente che processualmente.

Il punto nevralgico in questo genere di prove specialistiche sta nel definire quando un principio scientifico o una scoperta attraversa il confine tra la fase sperimentale e quella dimostrabile.

Ma a chi spetta questo genere di verifiche in sede processuale?

Sicuramente agli esperti (naturalmente che siano a loro volta credibili ed affidabili) oltre che al consenso della comunità scientifica di riferimento, considerato che il giudice non dispone (spesso) degli attrezzi logico-scientifici per padroneggiare un vaglio di questo carico e gli sarà indispensabile la mediazione degli esperti per interpretare i risultati raggiunti e per soppesarne il valore probatorio.

Si pensi all’ipotesi in cui vada accertato il nesso eziologico tra un nuovo farmaco (il suo principio attivo) e la morte di un paziente al quale esso è stato somministrato. Il problema prioritario risiederà innanzitutto nel determinare la pericolosità del medicinale, la causalità generale e quella individuale e sciogliere altrettanti cruciali interrogativi.

In caso di questione scientifica controversa gli esperti dovrebbero ESSERE IN GRADO DI RICONOSCERE LA FORZA PROBATORIA DEL PRINCIPIO E/O DI UN METODO che deve essere sufficientemente stabilito e deve aver ottenuto l’accettazione generale da parte quanto meno di un segmento significativo della comunità scientifica associata. Ciò dovrebbe assicurare che le conoscenze extra-giuridiche vengano correttamente gestite “dal diritto per il diritto” facendo entrare nel processo la scienza nella misura in cui essa risulta controllabile ed affidabile nell’uso probatorio.

Talune volte, quando la questione scientifica si presenta particolarmente controversa, sarà necessario avvalersi o fornire un certo numero di esperti per parlare di validità del principio/risultato scientifico affinché il giudicante pervenga a decisioni di affidabilità ed accettazione generale o diffusa da parte della comunità di riferimento oltre che di imparzialità intesa come obiettività, vale a dire aderenza allo statuto scientifico e ai dati.

Gli strumenti attraverso cui consentire l’ingresso dell’operato del perito sono vari ed indicati dal codice di rito penale. Essi vanno dall’accertamento tecnico su iniziativa della polizia giudiziaria (354 cpp) alla consulenza endoperitale (225 cppp) ed extra peritale (233 cpp); dall’accertamento tecnico ad iniziativa del PM (359-360 cpp) all’accertamento tecnico ad iniziativa del difensore della persona offesa e dell’indagato (391 decies cpp).

PROCESSUALIZZAZIONE DEL METODO SCIENTIFICO. E’ CONSIDERABILE UN RISCHIO?


Non credo che con l’avanzare della prova scientifica in ambito processuale si possa correre il rischio di un’estrema processualizzazione del metodo scientifico a scapito della verità cui mira il giudizio penale dal momento che mentre il metodo scientifico porta lo scienziato a concentrarsi su enunciati di portata universale che trasfonderà su determinati fatti riproducibili (attraverso gli esperimenti) sottoponendo a verifica una certa teoria scientifica relativizzata al caso di specie, il processo penale, obbliga il giudice a molto di più, vale a dire ad un complesso procedimento abduttivo che consiste in un ragionamento attraverso il quale partendo da alcuni elementi (evento, indizi, dati circostanziati, elementi probatori scientifici…) si cerca di individuare l’ipotesi possibile (conclusione) CHE LI SPIEGHI TUTTI (o quasi tutti).

Non solo. Il processo penale a differenza di quello scientifico non si limita alla verifica/ricostruzione di un fatto (di reato e non) ma mira ad accertare la verità su di esso e la responsabilità del soggetto autore del medesimo e dunque ha per obiettivo quello di giungere ad una conclusione che non è (solo) frutto di un laboratorio scientifico ma di un insieme di sapere processuale, di concordanze circostanziali, di argomentazioni soggettivo-oggettive che devono essere in grado di superare lo scoglio della CONFUTAZIONE.

Quest’ultima potrebbe essere: OGGETTIVA se la discordanza riguarda i fatti oggetto del processo; AD HOMINEM se i fatti assunti a premessa della conclusione sono discordanti con chi li afferma; DIRETTA quando la discordanza scaturisce da false premesse, cui seguono false conclusioni; INDIRETTA se pur partendo da premesse corrette la conclusione cui si giunge risulta comunque incompatibile con altri elementi processuali ovvero con altre tesi e teorie che potrebbero trovare altrettanto accoglimento ma ritenuti effettivamente trascurabili dal giudicante, ovvero poco efficaci ai fini persuasivi.

In tutti questi casi, è ovvio che il rischio è dato da argomentazioni in sentenza non efficacemente confutate.

Insomma, il giudice può avvalersi del metodo scientifico per giungere ad una argomentazione giuridica, che generalmente fonde in sé un pluralismo argomentativo, ma dovrà altresì interpretare il risultato scientifico ponendolo in correlazione con la realtà fattuale che a sua volta dovrà aderire al processo analitico giuridico interpretativo ed integrativo in diritto.

In altri termini, fermo restando che chiunque può incappare in vere e proprie fallacie, vale a dire in ragionamenti solo apparentemente fondati, compito del giudice è verificare che quel processo abduttivo non sia privo dei requisiti scientifici della verità e validità, anche laddove il canone interpretativo “in claris non fit interpretatio” sembrerebbe perfettamente attagliarsi, prima facie, al caso che lo occupa perché a sua volta potrebbe dimostrarsi, oltre che inutile, fuorviante dal momento che quello della “completezza della codificazione” (nella pressoché totalità delle ipotesi) altro non è che un’illusione, una pericolosa apparenza che il casus legis, disciplinato in puncto, possa essere in iure decisus senza la possibilità di ricorrere all’interpretazione rigorosa della norma stessa, degli argomenti logici che la rendono applicabile al caso di specie, in linea con la realtà fattuale, con i risultati scientifici e con la conclusione cui giunge il giudice.

Paradosso della prova scientifica.


Paradosso della prova scientifica.

 “Scienza”, dal latino “scientia” (sciens) participio presente del verbo “scire”, (sapere, conoscere) in questo senso la scienza può essere considerata “gnosis” ovvero complesso organico e sistematico delle conoscenze che si posseggono intorno ad un determinato fenomeno od ordini di fenomeni che abbiano una certa unitarietà e siano giustificate in modo razionale, a differenza dell’“esperienza” con cui s’intende la conoscenza degli eventi e delle cose che l’uomo acquisisce dall’osservazione e pratica diretta.

Ci si chiede: dal momento che i fatti per chi li osserva diventano artefatti, vale a dire costruiti dagli scienziati e dai loro strumenti per mezzo dei quali li istituiscono, può esistere un prototipo di un metodo scientifico ottimale?

Intanto, una teoria è veramente scientifica quando è corroborata e caratterizzata da un adeguato grado di resistenza al metodo induttivo di verificazione e quindi ai suoi falsificatori potenziali ma questo non significa che qualsiasi teoria scientifica sia immutabile ed intangibile potendo sopravvenire nel tempo nuovi falsificatori (ovvero nuovi limiti, dati empirici…) in grado di condizionarla e condizionare altri falsificatori indipendenti dalla teoria su cui essi agiscono come tali.

Può accadere, inoltre, che ad un insieme di dati osservati possano corrispondere più ipotesi esplicative e che il giudice si trovi a sceglierne una, non è detto però che scelga la migliore, c.d. “PARADOSSO DELLA PROVA SCIENTIFICA” che rimette al giudicante il potere-dovere di un controllo critico su una materia che non conosce direttamente o che non padroneggia quanto un esperto da lui nominato qualora vi sia necessità di “svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche” (220 cpp), ovvero, “al solo scopo di far conoscere al giudice la verità” (193 cpc); un compito che l’esperto dovrà bene fedelmente adempiere se non vuole incorrere nella responsabilità penale per falsa perizia o interpretazione e frode processuale (373 cp e 374 cp).

Proprio per tali ragioni è prioritario che la prova scientifica ammissibile sia ancorata alla generale accettazione da parte della comunità scientifica di riferimento sebbene quest’ultimo aspetto non sia da solo sufficiente alla valutazione di una prova scientifica ben potendo sussistere e svilupparsi, come già detto, nuove evidenze scientifiche, eventualmente anche contrarie, basate su dati non ancora pubblicati in grado di consentire una REINTERPRETAZIONE dei risultati ottenuti da altre metodologie e teorie scientifiche fino ad un dato momento ritenute perfettamente valide ed attendibili.

Il terreno si fa particolarmente problematico quando il giudice invece che favorire il parere del perito da lui stesso nominato accolga una nuova teoria scientifica, ad es. illustrata dall’esperto nominato dalla parte, focalizzando la sua attenzione su altri aspetti, dati obiettivi ed analisi che possono apparire controversi a detta di altri scienziati, pur tuttavia ritenuti ugualmente o maggiormente affidabili e meritevoli di considerazione da parte del giudicante.

In tal caso non è assolutamente corretto parlare di “rischio” procedurale dal momento che, come si è visto, la conoscenza scientifica coincide pur sempre con l’insieme delle considerazioni su un certo argomento stabilite in modo MOMENTANEAMENTE PROVVISORIO.

Del resto ciò che differenzia un certo campo di credenza (religione, filosofia, arte…) dal campo della ricerca puramente scientifica è proprio il modo in cui avviene il cambio nelle idee e considerazioni finali: nel primo caso è sufficiente una semplice rivelazione, una pressione socio-politica od economica, una controversia in cui l’esperto può anche avervi un particolare personale interesse… nel secondo caso invece il cambio dipende (almeno dovrebbe) esclusivamente dagli stessi risultati della ricerca, alla quale concorrono studiosi che si riconoscono e si accettano reciprocamente come esperti in essa e che fondano una condivisione di pratiche facendo uso dello stesso linguaggio, stessi enunciati e stesse problematiche che guidano e regolano il loro lavoro di ricercatori.

Rapporti di sovra e subordinazione della magistratura. Sono possibili?


Senza mai dimenticare che la “causa” della magistratura è la causa del popolo italiano, è sempre vivo il dibattito concernente l’indipendenza della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato che richiama in sé anche quello sulla prudente ragionevolezza dei giudizi che debbono ispirarsi all’essenza del diritto ma con lo sguardo sempre aperto verso la società mutevole.

«La verità… è realmente nota soltanto a chi ha dedicato un’attenzione uguale e imparziale alle opposte ragioni, cercando di vederla il più chiaramente possibile. Questa disciplina è così essenziale a una reale comprensione delle questioni morali e umane che se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile inventarli e munirli dei più validi argomenti che il più astuto avvocato del diavolo riesce ad inventare».(J. Stuart Mill)

“Il processo penale non è un gioco. È la ricerca della verità secondo la legge, attraverso una procedura accusatoria nella quale l’accusa deve provare la colpevolezza secondo uno standard particolarmente elevato”(Lord Justice Auld)

Il combinato delle due citazioni apre giustappunto il varco alla polemica sulla responsabilità e sul potere giudiziario che in un ordinamento democratico non può non essere indipendente.

Ma, lecitamente, ci si chiede se la magistratura è, ed in caso negativo se riuscirà mai ad essere, “totalmente” avulsa dalla politica.

Di Palamara si è parlato come un caso emblematico tuttavia finché il sistema istituzionale stesso, nel suo complesso, consentirà “indirettamente” la policitizzazione di alcuni magistrati il rischio della materializzazione del diritto, oggi a favore di una classe politica (o corrente che dir si voglia) domani a favore di un’altra, è facilmente traducibile in realtà.

Trovo a dir vero “bizzarre” anche alcune connotazioni specifiche di alcuni gruppi di magistrati che lasciano, seppur con tenuità, trasparire colorazioni che nulla dovrebbero a che fare con le diverse anime che la magistratura in quanto corpo indipendente da tutti gli altri dovrebbe invece innatamente fondere tutte in sé indistintamente. Come trovo altrettanto assurdo anche il distinguo che spesse volte si fa tra Stato e società. Stato e società dovrebbero essere un tutt’uno, lo Stato visto come società e quest’ultima vista come Stato sì da consentire al giudice di agire in un unico interesse e quindi in nome dell’essenza del diritto come ordinamento osservato.

Vi è un’altra autorevole citazione che non meno delle altre merita attenzione, quella del Procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati il quale a proposito di Anm fa riferimento a due tensioni che si avvertono dal suo interno, la tutela degli interessi professionali della categoria e/o l’impegno per un sistema giudiziario all’altezza della tutela dei diritti.  Questa la sua citazione: “oggi in Anm sembra prevalere, a tratti, la chiusura corporativa, il rivendicazionismo spicciolo, l’atteggiamento spocchioso del proporsi come unica istituzione sana del Paese. Sono posizioni inaccettabili da parte di chi svolge non un ruolo impiegatizio ma è uno dei poteri dello Stato”.

L’importanza dell’attendibilità della prova scientifica nel processo.


La prova scientifica nel processo penale richiede una particolare attenzione non soltanto riguardo il risultato prodotto a livello probatorio, per cui sarebbe sufficiente rispettare le regole procedurali in tema di acquisizione-formazione ed utilizzazione della prova, ma anche riguardo la sua “valutazione” soprattutto quando siamo difronte ad una NUOVA prova scientifica ed un nuovo metodo scientifico (c.d. SCIENZA NUOVA).

Questa valutazione ha ad oggetto l’astratta idoneità del risultato scientifico ad assurgere a prova diretta del fatto da provare od indiretta se è atta ad acquisire ulteriori informazioni importanti e specifiche per la ricostruzione dell’evento o la verifica di altri mezzi di prova. L’art. 189 cpp, secondo cui: “quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice può assumerla se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti, concerne giustappunto detta valutazione.

In sostanza ciò che deve interessare un giudice non è soltanto la “scientificità” dell’elemento probatorio o del metodo di acquisizione del medesimo ma anche la sua affidabilità e validità a provare o quantomeno a chiarire i fatti oggetto del processo. Ad es. un elevato margine di errore riguardo una metodica scientifica od una certa teoria potrebbe escludere la validità del risultato scientifico.

Si dice, infatti che prova scientifica e leggi scientifiche non siano concetti coincidenti, anche in presenza di un elemento induttivo debbono sussistere criteri comunemente accettati e verificabili a suo proposito e non congetture o intuizioni.

Partendo dalla regola, analizzando il dato oggettivo da un punto di vista scientifico (c.d. risultato osservabile), si può arrivare all’ipotesi sul caso. Questo perché la scienza è in grado di fornire regole di inferenza. Per cui date certe premesse e certe regole, una conclusione consegue come logicamente necessaria purché ottenuta attraverso il metodo della sperimentazione ripetuta, della c.d. resistenza a tentativi di falsificazione e sottoposta precedentemente al giudizio critico della comunità scientifica di riferimento.

Naturalmente, più dati osservati potrebbero corrispondere a più ipotesi esplicative.

Al giudice spetta per così dire l’atto finale: verificare che la metodologia scientifica applicata al caso sia corretta, affidabile e consolidata e che la scientificità di una data indagine possa entrare nel processo come premessa del ragionamento probatorio. Una responsabilità dunque non indifferente quella del giudicante.

Per questo è importante avvalersi di periti molto esperti (nel processo penale) e consulenti tecnici (nel processo civile) con specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche come afferma l’art. 220 cpp secondo cui:  “La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche”.

Per questo è importante non limitarsi alla semplice specializzazione dell’esperto ma accertare che vanti anche una qualificata competenza ed esperienza pregressa soprattutto nei casi di particolare complessità investigativa e sia in grado di convalidare il fondamento del metodo da egli scelto ed utilizzato nel caso specifico attraverso documentazione scientifica.

La prova scientifica nel processo penale richiede una particolare attenzione non soltanto riguardo il risultato prodotto a livello probatorio, per cui sarebbe sufficiente rispettare le regole procedurali in tema di acquisizione-formazione ed utilizzazione della prova, ma anche riguardo la sua “valutazione” soprattutto quando siamo difronte ad una NUOVA prova scientifica ed un nuovo metodo scientifico (c.d. SCIENZA NUOVA).

Questa valutazione ha ad oggetto l’astratta idoneità del risultato scientifico ad assurgere a prova diretta del fatto da provare od indiretta se è atta ad acquisire ulteriori informazioni importanti e specifiche per la ricostruzione dell’evento o la verifica di altri mezzi di prova. L’art. 189 cpp, secondo cui: “quando è richiesta una prova non disciplinata dalla legge, il giudice può assumerla se essa risulta idonea ad assicurare l’accertamento dei fatti, concerne giustappunto detta valutazione.

In sostanza ciò che deve interessare un giudice non è soltanto la “scientificità” dell’elemento probatorio o del metodo di acquisizione del medesimo ma anche la sua affidabilità e validità a provare o quantomeno a chiarire i fatti oggetto del processo. Ad es. un elevato margine di errore riguardo una metodica scientifica od una certa teoria potrebbe escludere la validità del risultato scientifico.

Si dice, infatti che prova scientifica e leggi scientifiche non siano concetti coincidenti, anche in presenza di un elemento induttivo debbono sussistere criteri comunemente accettati e verificabili a suo proposito e non congetture o intuizioni.

Partendo dalla regola, analizzando il dato oggettivo da un punto di vista scientifico (c.d. risultato osservabile), si può arrivare all’ipotesi sul caso. Questo perché la scienza è in grado di fornire regole di inferenza. Per cui date certe premesse e certe regole, una conclusione consegue come logicamente necessaria purché ottenuta attraverso il metodo della sperimentazione ripetuta, della c.d. resistenza a tentativi di falsificazione e sottoposta precedentemente al giudizio critico della comunità scientifica di riferimento.

Naturalmente, più dati osservati potrebbero corrispondere a più ipotesi esplicative.

Al giudice spetta per così dire l’atto finale: verificare che la metodologia scientifica applicata al caso sia corretta, affidabile e consolidata e che la scientificità di una data indagine possa entrare nel processo come premessa del ragionamento probatorio. Una responsabilità dunque non indifferente quella del giudicante.

Per questo è importante avvalersi di periti molto esperti (nel processo penale) e consulenti tecnici (nel processo civile) con specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche come afferma l’art. 220 cpp secondo cui:  “La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche”.

Per questo è importante non limitarsi alla semplice specializzazione dell’esperto ma accertare che vanti anche una qualificata competenza ed esperienza pregressa soprattutto nei casi di particolare complessità investigativa e sia in grado di convalidare il fondamento del metodo da egli scelto ed utilizzato nel caso specifico attraverso documentazione scientifica.

Pedobusiness nell’interrealtà.


Nonostante il continuo monitoraggio da parte delle forze preposte a scovare siti a carattere pedo-pornografico e nonostante i data-base a disposizione del servizio di Polizia postale e delle Comunicazioni i canali, le chat, bbs, forum, ftp, peer to peer, siti, istant messaging… che sfruttano la pornografia minorile pullulano nel web e spuntano ogni giorno come funghi dopo un bell’acquazzone.

Al di là di quelle che sono le varie definizioni che si rinvengono nelle Convenzioni, Decisioni Quadro e normative interne ai vari Stati della UE, che si sono susseguite negli anni, tutte allineate nello stabilire che l’espressione “pornografia infantile” considera ed include

“un minore coinvolto in un comportamento sessuale esplicito, un soggetto che sembri essere un minore coinvolto in detto comportamento nonché le immagini realistiche raffiguranti un minore coinvolto nel comportamento sessuale esplicito”,

va evidenziato che il web e la tecnologia elettronico-informatica sono sempre un passo avanti rispetto alla normativa e le maggiori difficoltà concernenti questo genere di reati stanno oltre che nell’identificazione della persona che li commette anche nella possibilità che i criminali non si trovino nel nostro territorio, quindi una volta scovati saranno assoggettati agli ordinamenti stranieri diversi dal nostro. Queste difficoltà sono quelle tipiche dei reati informatici che si contraddistinguono dagli altri crimini ordinari per l’anonimato del reo, la difficoltà di ricerca e scoperta delle prove (spesso cancellate dagli stessi autori) per la scarsa visibilità e complessa attività di individuazione dovuta all’enorme quantità di materiale pornografico in circolazione da analizzare molto del quale sfugge alla rete dei controlli; infine, per la delocalizzazione delle sorgenti da cui ha origine la diffusione del materiale pedo-pornografico.

Si tenga presente che ai fini processuali occorre fare i conti con l’estrazione dei dati relativi al fatto criminoso che necessita di personale esperto in grado di evitare la perdita dei medesimi e questo costituisce accertamento tecnico non sempre ripetibile, anzi. Con tutto ciò che ne consegue in termini di rilevazione, acquisizione, custodia e conservazione (freezing), utilizzabilità nell’ambito processuale del dato digitale e libera valutazione da parte del giudice .

La L. 48/2008 ha aggiunto un preciso periodo al co. 2 dell’art. 354 in tema di “Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone”: …In relazione ai dati, alle informazioni e ai programmi informatici o ai sistemi informatici o telematici, gli ufficiali della polizia giudiziaria adottano, altresì, le misure tecniche o impartiscono le prescrizioni necessarie ad assicurarne la conservazione e ad impedirne l’alterazione e l’accesso e provvedono, ove possibile, alla loro immediata duplicazione su adeguati supporti, mediante una procedura che assicuri la conformità della copia all’originale e la sua immodificabilità

Vi sono altre due questioni che sorgono a complicare l’azione della pubblica accusa: l’eventualità che i veri criminali agiscano dietro identità di persone totalmente estranee ai fatti e dunque innocenti e il concetto DI SCENA DEL CRIMINE VIRTUALE che impegna gli esperti investigatori a concentrarsi oltre che sul materiale pornografico in sé da reperire anche sugli strumenti tecnologici di volta in volta utilizzati per porre il crimine in atto e da cui deriva l’ulteriore concetto di CRIMINE INFORMATICO rappresentato da


“qualsiasi atto o fatto contrario alle norme penali in cui un mezzo informatico-elettronico è stato coinvolto come oggetto o strumento.”

Ovviamente il paradigma resta invariato: inquadramento della fattispecie criminosa (condotta prevista e punita dall’ordinamento); l’oggetto di tutela giuridica, l’elemento oggetto e soggettivo (soggetto attivo e passivo). Ciò che varia è il contesto in cui avvengono questi crimini detto CYBERSPAZIO rappresentato dai

“flussi di dati digitalizzati che sono stati necessari alla commissione del crimine informatico pedo- pornografico.”

Ma quello che deve destare più preoccupazione di tutto è l’insormontabile problema riguardante l’estrema facilità con cui i minori acquisiscono oggigiorno determinate conoscenze di contenuto erotico-sessuale e la praticità di ottenerle dal momento che pressoché tutti i bambini hanno la possibilità di interfacciasi con il web e rimanervi agevolmente coinvolti, molto più degli adulti, grazie anche ad una capacità di apprendimento nell’uso degli strumenti informatici notevolmente più veloce e creativa dei grandi. La mancanza di una cultura della sicurezza, che i minori non apprendono certo dagli adulti i quali neppure essi hanno a loro volta, li rende più vulnerabili ed appetibili agli occhi dei criminali pedo-pornografici.
Basti pensare che quella dei nostri figli è denominata anche “generazione digitale” il che la dice lunga riguardo la familiarizzazione con internet e le tecnologie informatico-elettroniche con cui i minori sin dalla loro infanzia s’interfacciano ed il più delle volte senza il benché minimo rispetto dei termini di protezione.

Qualcuno sostiene che in Italia vi sarebbe addirittura una lobby pedofila che mira a far divenire “normale” questo genere di perversione. Ciò sarebbe una tragica follia per tutti.

Nell’ambito del nostro ordinamento il legislatore è intervuto in più occasioni a contrastare normativamente i reati informatici a carattere sessuale a danno dei minori ( artt. 414 bis, leggi 269/98, 38/2006 e 171/2012, 600 bis, 600 ter, 600 quater, 600 quinquies c.p.) asprendone di volta in volta le pene . Lo stesso ha fatto la Cassazione con le sue pronunce soffermandosi in particolare sul modus operandi dei pedofili e sulla loro interazione nonché sulle forme di copertura e varie strategie di approccio 38/2006 nell’ottica di prevenzione al fenomeno ha costituito il “Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia sulla rete internet” “Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile”.

Kit diagnostici ed il loro valore probatorio.


Nemo tenetur se ipsum prodere. 

Antico brocardo intramontabile.

Se nessuno è tenuto ad autoaccusarsi perché sottoporsi allora ad un alcoltest soffiando nell’etilometro oppure fornendo le proprie urine o sottoponendosi al prelievo di sangue? 

Questa è una di quelle prove che la pubblica accusa può procurarsi soltanto se il sospettato decide di collaborare con le forze di polizia, idem se il fermato alla guida di una vettura svenga sottoposto alle domande informative sollecitato in qualche modo dagli agenti ad ammettere di aver assunto alcool o droghe prima di porsi alla guida. 

Al di là della questione dell’utilizzabilità o meno  (anche ai sensi del combinato disposto 350 c. 2, 62 e 63 c. 1 cpp) delle dichiarazioni raccolte (rectius sollecitate) dalla p.g. (senza peraltro le garanzie difensive) ci si dovrebbe domandare quanto valore possano avere prove acquisite tramite Kit diagnostici estemporanei rispetto ad altri standard probatori nettamente più elevati che non necessitano di una forzatura legislativa per conferire essi un valore probatorio rafforzato nell’ambito di un procedimento che nasce come amministrativo .

Peraltro, nel caso di raccolta delle urine va detto che la rilevabilità di una sostanza o dei suoi metaboliti nelle stesse non è attendibile in quanto potrebbe protrarsi anche oltre la sua completa eliminazione dal sangue (c.d. cessazione dell’effetto della sostanza sull’organismo).

Le varie tecniche portatili di rilevabilità delle sostanze tossiche che si vogliono ricercare in dotazione alla polizia sono considerate dagli esperti piuttosto metodiche grossolane e pertanto non affidabili posto che non tengono conto del processo metabolico che agisce in tempi differenti in ciascun individuo e che dipende dalle caratteristiche genetico-metaboliche di ognuno di noi le quali possono facilitare l’assorbimento da parte dei vari organi interessati  e quindi l’eliminazione della sostanza dall’organismo oppure prolungarla.